martedì 21 dicembre 2010

Peste e dintorni


Agli studenti della classe prima segnalo, di seguito, qualche titolo in cui la peste è elevata a protagonista o metafora (non richiamo, in questa sede, le descrizioni della peste più classiche offerte, tra gli altri, da Tucidide, Lucrezio, Boccaccio e Manzoni):

- Daniel Defoe (1660-1731), La peste di Londra, 1722.

- Edgar Allan Poe (1809-1849), La maschera della morte rossa, 1842.

- Jack London (1876-1916), La peste scarlatta, 1912.

- Albert Camus (1913-1960), La peste, 1947.

- Curzio Malaparte (1898-1957), La pelle, 1949.


Per allargare un po' lo sguardo, sarebbe utile e interessante la lettura del saggio di Susan Sontag (1933-2004), La malattia come metafora. Il cancro e la sua mitologia, del 1977, seguito, undici anni dopo, da L'Aids e le sue metafore (ora i due titoli sono riproposti in Italia nel volume Malattia come metafora. Cancro e Aids).

Qui la grande intellettuale americana, partendo dalla propria esperienza di "malata" di cancro, propone una sorta di storia culturale della malattia («il lato notturno della vita»), con tutto il corredo di stereotipi, menzogne, attribuzioni morali e metafore.

«Non c'è niente di più punitivo - scrive nel1977 - che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è invariabilmente moralistico. Qualsiasi malattia importante che abbia cause oscure e terapie inefficaci, trabocca tendenzialmente di significati. Per prima cosa si identifica con la malattia il soggetto della paura più radicata (corruzione, decadimento, contaminazione, anomia, debolezza). La malattia stessa diventa metafora. Poi, in nome della malattia (usandola cioè come metafora), si impone il suo stesso orrore ad altre cose. La malattia diventa aggettivale. Si dice che qualcosa le assomiglia, intendendo dire che è brutto o disgustoso.»

Negli anni Ottanta del Novecento, la metafora della peste fu immediatamente applicata all'Aids. «Il termine "peste" - scrive ancora Sontag nel 1988 - è stato a lungo usato metaforicamente per intendere il più alto livello di calamità colpevole, di peccato, di flagello».

[Nell'immagine, un particolare da Pieter Bruegel il Vecchio, Trionfo della morte, 1562 ca.]