mercoledì 24 aprile 2013

Le parole della Resistenza

Paolo Murialdi (1919-2006), giornalista e storico del giornalismo, apparteneva a quella generazione che, per ovvie ragioni anagrafiche, era stata naturalmente fascista: «La mia adesione al fascismo si nutriva di umori e di speranze sociali. Avevo avuto una fiammata per la campagna di Abissinia. Il posto al sole e l’Italia proletaria mi attiravano.» Anche Murialdi aveva dunque dovuto attraversare il fascismo, prima di approdare, dopo l’8 settembre del 1943, ad una consapevole scelta antifascista. Nel 2001 raccolse in volume (La traversata. Settembre 1943-dicembre 1945) la memoria della lunga stagione partigiana, che lo aveva visto protagonista nel territorio dell’Oltrepò pavese, tra Voghera, Stradella ed il passo del Penice. È un racconto appassionato e lucido, che non si nasconde dietro la retorica o la monumentalizzazione di quella esperienza. È una storia, come tutte le storie di quel terribile periodo, segnata dalla violenza e dalla crudeltà: «Subiamo una guerra violenta, spietata e crudele. Anche da parte nostra si compiono violenze. La pratica della spietatezza e delle crudeltà è l’eredità della guerra perduta, del fallimento del fascismo e della sua reincarnazione e dell’occupazione nazista.» Ma la dimensione folle e brutale della guerra, la pratica diffusa della violenza, non annulla le differenze «tra chi, anche se in buona fede, combatte per il nazismo e per il fascismo e chi per la libertà». In fin dei conti è questa l’unica chiave di lettura per interpretare una vicenda storica che ci appare sempre più lontana. Ed è la chiave di lettura suggerita da una frase di Italo Calvino posta in esergo dallo stesso Murialdi: «Siamo tutti uguali davanti alla morte, non davanti alla storia».
Nella pagina che vi propongo, l’autore passa in rassegna le parole della Resistenza. Attraverso quel vocabolario è possibile scorgere la variegata umanità che componeva il composito mondo dei partigiani dai nomi di battaglia ingenui e romantici (Califfo, Jena, Veloce, Garibaldi, Sceriffo, Tarzan, Ursus, ecc.). Un mondo certamente poliedrico, ma nel quale le pur diverse individualità si ricompongono in un «noi», sulla base del rifiuto del fascismo e della fiduciosa speranza in una società nuova e migliore.

Figli della guerra e dello sfacelo i meno giovani. Renitenti alla leva e ai bandi i più giovani. In maggioranza siamo «ex balilla», come minimo. Quelli coi capelli grigi vengono dalla clandestinità, da anni di prigione o di confino. E noi ancora giovani cominciamo così a sapere qualcosa che nessuno ci aveva detto: che nella storia d’Italia c’erano stati Matteotti, Gramsci e i fratelli Rosselli e che a Milano, al comando del Cvl (Corpo volontari della libertà), accanto a Maurizio, che è Parri, e a Gallo, che è Longo, ora c’è anche un generale che si chiama Cadorna.
Pochissimi gli ex ufficiali a riprova delle incertezze e del distacco dei ceti borghesi che pure aspettano gli Alleati. I più affini alla guerra partigiana sono ex ufficiali degli alpini, come accadde anche in altre zone. Non pochi, i sergenti e i caporali quasi sempre abili. Ci sono, poi, alcuni carabinieri, diligenti e un po’ spaesati. Il nemico ci chiama banditi. Hanno cominciato a dirlo i nazisti, anche con i cartelli «Axhtung, Banditen» e i repubblichini li hanno imitati.
Ribelli, invece, poteva piacerci e ci piaceva. Ribellarsi può essere un atto nobile. E poi molti di noi non si ribellavano soltanto all’ultimo fascismo e alla spietatezza dei tedeschi; ci ribellavamo anche al fascismo lungo nel quale eravamo cresciuti con speranze e magari entusiasmi andati delusi, e agli errori di Mussolini e del re. Ci ribellavamo all’occupazione nazista. Tutti siamo ormai dalla parte repubblicana, ma c’è chi è salito in montagna per rischiare la pelle e chi per salvarla. E, naturalmente, c’è chi di coraggio ne aveva da vendere, anche di fronte ai torturatori, e chi scappava. E ci sono anche dei pochi di buono.
Il nome bello era partigiano. «Combattente volontario irregolare», dice il vocabolario. Ci rappresentano anche altre parole, come riscossa e riscatto. Al riscatto ci pensiamo, è la strada delle speranze. Ma queste parole restano confinate nella stampa clandestina e negli appelli. Resistenza verrà dopo, presa dal francese.
Le parole che riecheggiano sono quelle delle canzoni: «scarpe rotte», «rossa primavera», «non c’è tenente né capitano» e altre ancora. La canzone delle scarpe rotte e della primavera da conquistare l’aveva adattata sull’aria di Katiuscia un partigiano ligure. [...]
Ci entusiasmano, poi, i racconti dei colpi di mano ben riusciti il cui linguaggio è, naturalmente, sopra le righe.
Siamo un conglomerato umano e sociale di tante individualità. Tuttavia possiamo tranquillamente dire «noi partigiani» perché quassù ci uniscono il moto dell’animo e le speranze.