sabato 20 aprile 2013

Pierre Hadot: La filosofia come modo di vivere

Una proposta di lettura:

Pierre Hadot, La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con Jeannie Carlier e Arnold I. Davidson, Torino, Einaudi, 2008.

Pierre Hadot è venuto a mancare tre anni fa, nell’aprile del 2010. Nell’annunciarne la morte, il quotidiano francese «Libération» lo presentò come «una delle grandi figure del pensiero contemporaneo». Si era dedicato soprattutto al pensiero antico e ai rapporti tra filosofia greca e la sua ricezione nella cultura latina, ma era stato anche uno dei primi, in Francia, ad interessarsi ai giochi linguistici di Wittgenstein. Convinto che «la prima qualità di uno storico della filosofia, e fors’anche di un filosofo, sia possedere il senso storico», si era applicato con rigore filologico allo studio di Plotino, Epitteto e Marco Aurelio ed era arrivato a teorizzare l’idea di una filosofia come «stile di vita». I filosofi dell’antichità che hanno fondato scuole, sostiene Hadot, «hanno voluto proporre dei modi di vita» (e in questa chiave va letta la celebre espressione di Platone, secondo cui la filosofia sarebbe un esercizio di morte). La filosofia, cioè, si offriva come una scelta di vita, come esercizio vissuto. Socrate, afferma Hadot riprendendo Plutarco, era un filosofo in quanto la pratica della sua vita quotidiana costituiva la sua stessa filosofia. Tutta la filosofia è un esercizio che orienta la nostra azione: i dialoghi di Platone, i corsi di Aristotele, le lettere di Epicuro, non consistono nella semplice esposizione di una dottrina, ma tendono a «formare» più che ad «informare». Ed è questo un ottimo viatico anche per chi si accinge allo studio dei filosofi, perché è sempre preferibile l’indagine analitica delle loro opere (testi vivi, dialoganti con il lettore), anziché cercare di enuclearne un sistema («Gli studi sistematici sono come erbari di foglie morte»). Praticare la filosofia come esercizio spirituale in questo senso appare molto simile all’attività del pittore o del poeta. Significa, infatti, come ha suggerito Bergson, approdare ad una visione disinteressata del mondo, non egoistica. Solo allora il mondo si offre al nostro sguardo come se lo vedessimo per la prima volta, al di là dell’abitudine e della banalità. Solo allora scopriamo quella meraviglia e quello stupore che muovono l’uomo verso la pratica filosofica, come è accaduto allo stesso Hadot, quando, adolescente, ha provato di fronte al cielo stellato «un’angoscia insieme terribile e soave, provocata dal sentimento della presenza del mondo, o del Tutto, e di me in questo mondo».