domenica 16 giugno 2013

Non ci basta più studiare le cose sui libri...

Il corsivo di Luca De Biase apparso oggi, domenica 16 giugno, su «Nòva», supplemento del «Sole 24 Ore», è dedicato agli esperimenti condotti da Sugata Mitra per ridisegnare gli ambienti di insegnamento e di apprendimento. Alla base del progetto di Mitra, avviato inizialmente nelle periferie degradate delle megalopoli indiane, c’è un’idea di apprendimento fondato sull’esperienza, sull’autonomia e sulla libertà dello studente (Self Organized Learning Environment). Ciò non significa, evidentemente, che in una tale visione educativa la figura dell’insegnante sia destinata a divenire superflua o inutile (come lo stesso professore dell’Università di Newcastle ha ribadito in diverse interviste).
Ha ragione De Biase quando sostiene che «cambiare la scuola non vuol dire cambiare i libri di testo. Vuol dire ridisegnare l’ambiente che accompagna l’apprendimento: i libri, i supporti, le aule, il rapporto con i docenti e il contesto sociale, urbano, economico». Dovremmo chiederci come mai la nostra scuola fatichi così tanto a modificare pratiche routinizzate, fondate ancora, prevalentemente, sulla mera trasmissione di informazioni, secondo un modello educativo che De Biase definisce «ottocentesco». Eppure fu proprio nella cultura italiana ottocentesca che maturò una idea dell’insegnare e dell’apprendere che sembra anticipare (e di molto) ciò che oggi sperimenta con successo Sugata Mitra. Mi riferisco ad Aristide Gabelli (1830-1891), il quale sosteneva che compito della scuola dovesse essere quello di «formare lo strumento testa» e che le conoscenze dovevano coniugarsi con «l’assiduo esercizio della riflessione che vuol essere adoperata nella ricerca, nell’esame e nel giudizio dei fatti». Penso a Maria Montessori (1870-1952), il cui metodo potrebbe essere sintetizzato nella dichiarazione del bambino diventato protagonista dell’esperienza educativa: «aiutami a fare da solo». Penso anche a Francesco De Sanctis (1817-1883), sostenitore del metodo critico e sperimentale su cui si fonda la stessa conoscenza scientifica. Vale la pena di rileggere ciò che scriveva un secolo e mezzo fa:
«Non ci basta [più] studiare le cose sui libri; vogliamo guardarle nel vivo della natura; prendiamo gusto all’osservazione, alle esplorazioni, all’esperienza; vogliamo il laboratorio anche nelle scienze dette spirituali, come nella filologia e nella giurisprudenza; siamo noi laboratorio a noi stessi, persuasi che il maestro non ci dà la scienza bella e fatta; la scienza vogliamo cercarla ed elaborarla noi, vogliamo vederla non come è fatta ma come si fa».

[Nella foto: Francesco De Sanctis.]