sabato 20 giugno 2015

A proposito di "Buona scuola"...


L'8 giugno 2015, gli insegnanti del Liceo classico «E. Cairoli» di Varese, Massimo Martini ed Enzo R. Laforgia, hanno redatto un documento relativo al disegno di legge «La buona scuola», attualmente in discussione presso il Senato della Repubblica.  Il documento è stato poi letto nel corso del Collegio dei Docenti dello stesso Liceo in data 15 giugno 2015. Lo hanno sottoscritto 33 docenti. Il testo è stato quindi inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, agli organi di informazione.

Questo il testo:

L’anno scolastico volge al termine: le aule, deserte di studenti, si fanno silenziose. Gli insegnanti invece continuano il loro lavoro. Ed in silenzio si avvicinano al momento della valutazione finale: di un anno o di un intero ciclo. In questi stessi giorni il Parlamento sta procedendo alla messa a punto di una serie di misure che hanno per oggetto la scuola in cui lavoriamo, in cui gli studenti e i nostri figli studiano e crescono (il disegno di legge «La buona scuola», già approvato dalla Camera dei Deputati il 20 maggio scorso).
Il disegno di legge in questione è pieno di molte belle parole. E grazie alla pazienza del nostro Primo ministro, che ha rispolverato una vecchia lavagna di ardesia e tanti gessetti colorati, qualcosa l’abbiamo capita anche noi insegnanti, vecchi ed ottusi come siamo. «Autonomia» e «flessibilità» sono parole che ricorrono spesso nel disegno di legge del nostro Governo. Come pure «potenziamento»: di tutto. Si parla anche di «materie opzionali». E non potevano mancare riferimenti alla «competenze digitali» e ad una didattica «laboratoriale».
Potremmo sposare pienamente e in blocco le finalità espresse nel primo comma del primo articolo (anche se più difficilmente ne potremmo sposare la forma). E tuttavia, leggendo più avanti, abbiamo il sospetto che questo disegno di legge, ricco di buoni propositi e farcito di belle parole, sia un grosso contenitore vuoto. Abbiamo il sospetto che la scuola italiana possa diventare, qualora questo disegno di legge fosse approvato definitivamente, una sorta di scuola-fai-da-te, in cui ogni istituzione scolastica modifichi il proprio curricolo a piacere, sulla base di proposte seduttive per attrarre “clienti” e non giovani da formare al difficile ruolo di cittadini (italiani, europei, globali). Abbiamo paura che la fretta con cui questo nostro Governo vuole mandare in porto questo disegno di legge non coincida con il tempo della scuola (si parla di approvare entro il mese di ottobre un piano triennale dell’offerta formativa, che poi dovrà passare al vaglio dell’ufficio scolastico regionale: insomma, se dovesse andar bene, le scuole potrebbero approvare il proprio progetto educativo verso la fine della prima metà dell’anno scolastico). Abbiamo paura che i nuovi poteri assegnati al Dirigente scolastico (art. 2, c. 14: «Il dirigente scolastico individua il personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia») non tengano conto della reale figura del responsabile dell’istituzione scolastica qual è oggi: non è un manager o un amministratore delegato (per fortuna!), come il legislatore vorrebbe rappresentarlo, ma un ex-insegnante, chiamato a muoversi tra questioni riguardanti il personale, le famiglie, l’amministrazione finanziaria e contabile.
Abbiamo paura che i poteri di discrezionalità riconosciuti al Dirigente scolastico nella assunzione del personale docente rendano opaca e non più trasparente la selezione, cancellando l’attuale sistema fondato sull’accertamento oggettivo dei titoli professionali e favorendo meccanismi di natura clientelare. Abbiamo paura che affiancare al Dirigente scolastico rappresentanti dei genitori e degli studenti nel momento dell’assunzione e della valutazione del personale docente (sulla base di quali criteri?) di fatto umili l’insegnante e neghi la sua professionalità (non ci risulta che medici o ingegneri vedano condizionata la loro carriera da una sorta di tribunale popolare).
Abbiamo paura che anche «la quota di autonomia e gli spazi di flessibilità», di cui si parla all’articolo 3, sia dettata non da una visione d’insieme della scuola nazionale, ma dalla necessità di sistemare in qualche modo («all’italiana», ci verrebbe da dire) la penosa questione dei precari storici, di cui il nostro Stato ha scandalosamente «abusato» (tale è il termine utilizzato dalla cosiddetta sentenza «Mascolo» emessa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, Sez. III, 26 novembre 2014) e che ora è, giustamente, costretto ad immettere in ruolo, ma... senza disponibilità di posti. Abbiamo paura che il continuo riferimento, nel ricco e scoppiettante disegno di legge, al fatto che ogni intervento, ogni nuova proposta curricolare, ogni forma di «potenziamento», debbano avvenire senza «nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica», non comporti altro se non rafforzare ciò che la scuola pubblica italiana è diventata in questi anni: una sorta di missione umanitaria o di associazione di volontariato, che vive grazie ai cosiddetti «contributi volontari» degli studenti e delle loro famiglie, senza i quali sarebbe impossibile acquistare anche i pennarelli per le nostre lavagne (i gessetti, anche colorati, non si usano più da un pezzo). Abbiamo paura che tutta questa euforica antologia di luoghi comuni, di cui è farcito il disegno di legge in discussione al Senato, nasconda ancora una volta una questione di fondo, non trascurabile né secondaria: agli insegnanti, umiliati da vent’anni di scellerata amministrazione, con stipendi bloccati da un decennio, con un’età media sempre più elevata, saranno richiesti compiti sempre maggiori a costo zero. Perché, diciamolo francamente, siamo un po’ il bancomat pronto e facile di ogni Governo.
Ci piacerebbe, invece, ritornare a discutere su quale dovrebbe essere il ruolo e la funzione del sistema scolastico nazionale per il Paese che vorremmo costruire; ci piacerebbe cioè capire se qualcuno, tra i nostri amministratori, ha in mente un chiaro disegno della scuola all’interno di un altrettanto chiaro progetto educativo nazionale. E ci piacerebbe avere da parte del Governo, che temporaneamente amministra il nostro Paese, anche un po’ di rispetto e di ascolto.
Noi non siamo abituati a gridare o ad usare facili slogan. Ci piace esercitare il pensiero sostenuto da buoni argomenti. A voce bassa e pacatamente, ma con convinzione. E per questo ci permettiamo di far diventare pubbliche queste nostre poche osservazioni, senza strepiti né atti di forza. Ma con la speranza che almeno qualcuno possa iniziare ad interrogarsi sulle condizioni reali in cui operano coloro ai quali è affidata la cura e l’educazione dei nostri figli, cioè: del nostro futuro.